Storia di un amore

Risulterò forse un poco languida, ma sono all’aeroporto. E per giunta con alle spalle una quantità ridicola di ore di sonno. Saprete comprendermi.

L’amore spsso nasce per caso, seguendo percorsi strani ed inaspettati.

Può capitare di incontrarsi per caso, trascorrere insieme due giorni. Si carina, un po’ stramba certo. Niente male, però. E poi  ti allontani e sostanzialmente non ci pensi più.

Anni dopo la ritrovi, ma sei tutto preso da altro, eccitato dal lavoro, immerso in altri pensieri, magari innamorato di un’altra. O di altro. Si, provi un certo brivido al suo fianco, ma lo confondi fra mille altre sensazioni e così lo lasci andare. E un’altra volta te ne allontani senza colpo ferile.

Poi, per caso, un’altra volta lei nella tua vita. E chissà perchè stavolta ti entra dentro. Dal primo istante. Forse perchè è un momento in cui sei particolarmente ricettivo, aperto, curioso, desideroso di esperienze o di emozioni. Esperienze ed emozioni che lei è bravissima a dare. Stavolta ti fa provare brividi profondi.

Godi dello scoprirla, giorno dopo giorno. All’inizio ne sei ammaliato, tanto da apparirti perfetta. Man mano cominci anche a vederne alcuni difetti. Piccolezze a dire il vero. Ed anche quelli ti paiono amabili, fin adorabili!

E poi arriva il tempo del distacco. Ti spezza il cuore lasciarla senza sapere quando la rivedrai. Ma sei certo che non può finire lì e le lasci in pegno quanto di più caro hai per le mani in quel momento. La saluti al tramonto, un tramonto in cui lei si mostra a te nei suoi colori più belli, al ritmo di una zamba triste ed appasionata. E piangi lacrime che han dentro tutta la malinconia del distacco e tutta la dolcezza della gratitudine. E della speranza.

E poi un’altra volta la ritrovi. Stavolta lei è più onesta, o forse tu meno sprovveduto e credulone, e cominci a vedere le sue imperfezioni vere, i suoi vizi, le sue debolezze. Ma il tuo amore non ne è svigorito. Lei ti fa emozionare, ti fa incazzare, ti scuote e quando ne hai bisogno ti raccoglie e ti coccola. Ti cura dolcemente le ferite e ti lecca le lacrime, quando sgorgano salate dai tuoi occhi e bruciano scorrendo sul tuo viso. Ti massaggia e scioglie i muscoli irrigiditi dalla tensione. Ti abbraccia, ora dolce, ora seduttiva. Si, ha un sacco di difetti, ma anche quelli ti piacciono in fondo di lei, anche se tante volte ti han fatto indispettire. Ti piace così com’è e non provi nessun desiderio di cambiarla.

E poi arriva ancora una volta il momento del distacco. Ora.

Se ti chiedessero perchè la ami non sapresti rispondere nient’altro se non perchè è lei. E perché ti ha riempito di emozioni, proprio quando ne avevi bisogno. Forse proprio quelle di cui avevi bisogno.

Ed ora al pensiero di separartene ancora ti sembra che ti stiano trascinando via mentre lasci lì un pezzo di te. “Quando ti rivedrò?”

Hai ancora i piedi poggiati sul suo ventre caldo e già ti manca.

Già mi manchi, Buenos Aires.

Pellegrinaggio alla Terra Santa per il cumple del San Lorenzo de Almagro

Martedì festone! Qualcuno potrà obiettare che durante la Settimana Santa non sta bene andare per feste, che sia sconveniente per non dire sacrilego. Ed io vi dico invece che in questo caso stava proprio bene per almeno due ragioni. La prima è che la suddesta festa è cominciata, alle 22, con una messa. La seconda è che il festeggiato era il San Lorenzo de Almagro, per cui la partecipazione ai festeggiamenti avrebbe avuto certamente la benedizione del Santo Padre.

11074708_782069008508883_2828401304431366660_nAlle 22 mi ritrovo con Rodrigo, un ragazzo della hincha, la tifoseria, del San Lorenzo a pochi isolati da casa mia, dove, nel cuore del barrio Boedo, si trova la parrocchia dove don Lorenzo Massa 107 anni fa fondò il club del San Lorenzo di Almagro per sottrarre alla vita di strada i ragazzi del quartiere.

La storia narra che un giorno Padre Massa stesse guardando dall’oratorio di San Antonio annesso alla parrocchia i ragazzi del quartiere che giocavano in strada, quando uno dei ragazzi preso dalla foga del gioco andrò a finire contro la tramvia che passava di lì. Padre Massa lo soccorse e poi disse ai ragazzi che avrebbe lasciato loro lo spazio all’interno dell’oratorio per poter giocare al sicuro, a patto che avessero studiato il catechismo e che fossero andati in chiesa la domenica.

20150331_224104Si costituì così una squadra che iniziò ad accumulare molte vittorie. Padre Lorenzo disse ai ragazzi che teneva in un armadio nella cappella delle maglie nuove a strisce verticali rosse e blu, che sono tutt’ora i colori del San Lorenzo.

Il 1 Aprile del 1908 i ragazzi si riunirono nell’Oratorio insieme a Padre Massa e decisero di fondare ufficialmente il club battezzandolo San Lorenzo de Almagro.

Tutt’ora la squadra è profondamente legata a questa sua origine tanto che la festa di martedì, come già detto, è cominciata proprio con una messa nella parrocchia dove la squadra è nata. Una cosa davvero inusuale arrivare nella strada dove la tifoseria si sta raccogliendo, entrare nella piccola chiesa e vederla piena di persone tutte rigorosamente in rosso e blu. Quasi sorprendente che il celebrante non abbia ceduto alla tentazione di indossare anche lui paramenti in tinta, contravvenendo alla norma che impone il viola quaresimale. (Scommetto che se la Fiorentina avesse avuto sede in città sarebbe invece contravvenuto alla norma!).

20150331_220401Durante la messa all’esterno continuano a raccogliersi tifosi che cantano i cori della squadra. Di fronte alla chiesa c’è anche un banchino dove è possibile contribuire alla causa della restituzione dello stadio al quartiere comprando un metro quadro del terreno. La storia è più o meno questa: originariamente lo stadio del San Lorenzo, il Gasometro, si trovava nel quartiere di Boedo. Durante la dittaturura militare il terreno fu espropriato con la scusa di dover far passare di lì un’autopista e fu costruito un altro stadio in Bajo Flores, che però la hincha del San Lorenzo ha sempre sentito come zona estranea.

Invece dell’autopista sul terreno dove un tempo sorgeva il Gasometro è stato poi costruito un enorme Carrefour, si dice per via degli intrallazzi fra il proprietario della catena e i militari.

Ora i tifosi del San Lorenzo hanno dato vita ad una campagna per riportare lo stadio nel cuore del loro quartiere, la loro Terra Santa, anche grazie all’attuale vice presidente del club, un personaggio televisivo molto influente. Pare che un metro quadro lo possegga anche Bergoglio.

20150331_221735Splendido vedere una ragazzina sedersi al banchino a dare il suo contributo, ritirare l’attestato, consegnarlo al padre e vedere poi i due entrare in chiesa a farsi la foto con l’attestato sotto al murales dedicato a Padre Lorenzo Massa!

Se v’interessa apronfondire l’argomento c’è uno sfiziosissimo sito dedicato alla causa “Rastitución Histórica San Lorenzo”, dove si vede anche il progetto per il nuovo ecostadio:

http://restitucionhistorica.blogspot.com.ar/p/ecoestadio.html

Ah, alla marcia era presente anche l’architetto che ha fatto il progetto!

E se vi interessa contribuire alla causa (mancano ancora un migliaio di mq) sappiate che potete comprare il vostro fazzoletto di Terra Santa anche a rate!

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Tornando alla festa, una volta terminata la messa, la murga, ovvero il gruppo di musicisti e ballerini che si esibiscono in generale per il Carnevale, comincia a suonare ed il corteo si incammina, festoso e rumoroso, verso la sua Terra Santa.

Sfilando per le strade il corteo raccoglie saluti e pioggie di foglietti, tipo cartone animato giapponese, dalle finestre e dalle terrazze, dove sono esposte bandiere rosso-blu.

Bandiere e striscioni colorano, insieme alle magliette, tutto il corteo, rivendicando justicia por San Lorenzo. Bimbi anche piccolissimi sfilano su passegini o sulle spalle dei genitori. Quelli appena più grandi sventolano bandiere con l’energia e la maestria di uno sbandieratore professionista. Uno, tenerissimo, sventola la sua bandiera rosso-blu con disegnato su anche il busto di Papa Francesco. I motorini nel mezzo del corteo contribuiscono ad animareanche acusticamente l’inusuale processione. E poi cori no-stop. Fra i tanti mitico quello sulle note di una canzone di Biagio Antonacci che pare qua sia molto conosciuta.1

Arrivati a destinazione si trovano altre persone ad attendere il corteo, banchini che vendono le maglie della squadra, immancabili i banchini di choripan e bondiola (pane e salsiccia o braciola di maiale alle brace), venditori di birra e coca e Fernet (dite pure ai vostri amici spagnoli che il calimocho è morto!) che si aggirano fra la folla ed un palco dove si suonano i vari cori e si scandiscono tutti gli slogan della causa.

Allo scoccare della mezzanotte fuochi d’artificio in piena regola!

Fra l’arrivo ed i fuochi il mio amico mi fa fare un interessantissimo tour della zona dove sorgeva il vecchio stadio.

20150331_235717Ci sono le varie strutture del club, le antiche e quelle che man mano stanno riportando nell’area: la biblioteca e centro culturale, la sede della murga e sala da tango, il campo da basket in costruzione. Eh si perchè qua i club di calcio gestiscono, chi più chi meno, molte altre attività aperte ai soci. Non solo molti altri sport, ma anche attività cultuali varie.

Mi spiegano che nel paese i club calcistici sono società senza fini di lucro (beh…) e che tutti gli iscritti ne posseggono quindi le azioni e partecipano alle decisioni, come ad esempio all’elezione dei dirigenti. Mi spiegano anche che alcuni club in particolare sono nati svolgendo un’importante funzione sociale, offrendo ai loro soci molti servizi ed attività e forse anche per questo risultano tanto radicati a livello territoriale, di quartiere.

Il quartiere e poi disseminato di murales a tema e di bar dipinti rigorosamente di rosso-blu dal gruppo artistico di Boedo. Fra i murales quello che mi colpisce di più è quello con le Malvinas, altro esempio di lotta per il ritorno.

Che vi devo dire, pur essendo una profana di calcio patentata, nonostante gli sforzi di qualche caro amico, l’esperienza vissuta è stata entusiasmante. Un folklore ed un calore veramente impressionanti, a cui è difficile resistere e non lasciarsi trascinare almeno un po’. Sarà la mia naturale propensione a sposare tutte le lotte contro le ingiustizie?? Se mi ci metti poi anche che il vecchio stadio fu demolito dalla dittatura… e per di più per speculare allegramente con una mega catena di distribuzione…!

E mi si riaccende una fiammella di voglia di andare una volta a la cancha!

PS: scusate se ho un po’ esagerato con le foto. E’ che mi sembrano troppo belle (anche quelle pessime fatte col cellulare in notturna).

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La Usina del Arte. Dalla turbina alla chiarina

Ho accennato già nel precedente post alla Usina del Arte, visitata per ben due volte durante un pomeriggio in giro per il barrio La Boca.

La Usina del Arte è uno spazio culturale recuperato da una centrale elettrica a vapore progettata nel 1916 dall’architetto italiano Juan (Giovanni) Chiogna per la Compañía Ítalo-Argentina de Electricidad. Fu la principale centrale elettrica della città e subì diversi ampliamenti finchè durante la decade del menemismo (anni 90) con la privatizzazione dei servizi pubblici la fabbrica fu abbandonata e la splendida struttura cadde in rovina.

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Solo di recente è stata recuperata e restituita alla città nel 2007 come spazio culturale specialmente dedicato alla musica ed alla danza.

Ho avuto occasione di conoscerlo grazie ad una delle visite guidate gratuite che si effettuano ad ogni ora, gestite dall’ente turismo di Buenos Aires.

La visita comincia dall’esterno ed il ragazzo che la conduce comincia col descrivere il pregevole stile di ispirazione fiorentina, realizzato in mattoni rossi, con profili in marmo di Carrara, torre e merli. Lunga la spiegazione sul significato architettonico dei merli, che risulta oltremodo bizzarra a chi è vissuto immerso nel Medioevo (…).

usina-arte-433x288Nello stile della costruzione si notano anche altri particolari dell’architettura comunale italiana. Il dettaglio più singolare è forse un pulpito di marmo a metà di una scalinata molto simile a quelle dei palazzi comunali del nostro centro-nord. Questo pulpito veniva utilizzato dall’ingegnere italiano Juan Carosio, primo direttore della fabbrica, per parlare ai suoi dipendenti. Sul pulpito compare uno scudo con un aquila che col suo volo vuole rappresentare il saettare in cielo di un fulmine e riporta la scritta in latino Domito fulmine, il fulmine dominato. Beh, questo appare tanto più bizzarro se si pensa che nella fabbrica lavoravano circa 50 persone, per cui la scelta di parlare da un pulpito sembrerebbe essere più un vezzo dell’ingenere che non una reale necessità. E’ proprio vero, epoca che vai, stramberia da ingegnere che trovi!

53550La visita all’interno della fabbrica mostra uno splendido recupero in chiave moderna e minimal della struttura originaria di cui si conserva il carroponte, incorniciato da faretti pendenti, gli infissi, poi doppiati per assicurare la giusta insonorizzazione nonostante la vicinanza del porto, la vasca ribassata che un tempo ospitava la turbina ed in alcune aree la pavimentazione originale a scacchi bianco-neri. La struttura adiacente originariamente vivienda per i manager aziendali e le loro famiglie ospita oggi il museo del cinema argentino.

Dai piani alti dell’edificio si gode di una splendida vista sul quartiere, sul suo porto merci e su gran parte della porzione sud-est della città.

1La visita ci porta anche a conoscere le due sale dedicate alla musica: una sala sinfonica ed una sala per musica da camera, con capacità di 1.200 e 280 spettatori rispettivamente, entrambe realizzate in legno di guatambú che consente di ottenere un’ottima acustica pare.

20150329_143410La visita si conclude con uno spazio pubblicitario dell’ente del turismo di Buenos Aires dove viene presentata una selezione dell’offerta dei tour che si possono effettuare, gratuitamente o a costo veramente contenuto. Fra questi alcune chicche: il tour papale per i luoghi legati alla vita di Bergoglio (saper cogliere il business è anch’esso un’arte! E forse ha ragione quella tale persona che mi raccontò di essere certa che, come all’elezione al soglio pontificio di Woytila è seguita un’epoca di crescita per la Polonia, così ora accadrà all’Argentina). Altra proposta sono i tour con le bici a pedalata assistita, che lasciano abbastanza sorpresi alcuni dei presenti. Evidentemente qua c’è ancora spazio per diversi business. E poi il tour tematico sui luoghi dello sport.

04Alla Usina son tornata nel tardo pomeriggio dello stesso giorno, in realtà per andarmi a mangiare qualcosa in un bodegon raccomandatissimo (a parte dalla ragazza di guardia all’ingresso) che però ho trovato chiuso. Ma questa città raramente ti lascia a bocca asciutta, così mi piomba inaspettatamente fra le mani un’entrata per il concerto i cui biglietti (gratuiti!) erano terminati alle 10 del mattino. Ops… che fortuna, eh!?

L’orchestra filarmonica di Buenos Aires ed un enorme e per me piuttosto strano coro (tipo con un uomo nella parte femminile ed otto donne nella parte maschile) eseguono brani di autori nordici, finlandesi e russi. Vabbe’ non mi fate parlare di musica classica per carità che sono una capra in materia! Però bello proprio! Estremamente suggestivo. Ed il pubblico decisamente entusiasta e partecipe. Credo che il livello fosse piuttosto alto, anche se non ho competenze per dire quanto. E per questo mi colpisce ancor più che l’evento fosse gratuito. In realtà la Usina, ma la città tutta di Buenos Aires, è piena di eventi culturali anche di livello ragguardevole gratuiti o comunque estremamente accessibili.

20150329_180617Si possono avere tante idee in merito, certo. Personalmente lo trovo un fatto apprezzabilissimo. Vogliamo dire che sia parte di una conduzione populista del paese? Può darsi. Anzi, certamente in parte lo è. Ma non per questo posso dire di non apprezzarlo tanto.

Chiaro, il solo fatto di andare a mostre, concerti e spettacoli teatrali non è condizione sufficiente perchè un popolo, o un singolo, sia libero e critico.

Penso a quella donna, evidentemente una super nostalgica dell’Unione Sovietica, che raccontava estasiata delle grasse casalinghe che con le buste del mercato andavano al Bolshoi durante gli anni del regime. Converremo tutti sul fatto che il balletto, per quanto amabile, non le rendeva certo donne libere.

E’ anche vero che in alcuni musei le visite guidate che ho fatto erano a volte, come dire, particolarmente guidate. Ciononostante non riesco a non aprezzare la fruibilità e l’accessibilità della cultura da queste parti. Ed anche la facilità e la spontaneità con cui le persone ci si avvicinano. Non vorrei in questa sede ed in questo momento esprimere giudizi politici. Mi piacerebbe però esprimere un pensiero più di carattere psciologico. A me pare che le persone maneggiando di più l’arte, giocandoci abitualmente fin dall’infanzia, imparino a non guardarla con un timore quasi reverenziale, ma a percepirla come una parte integrante della propria vita, continuando a dedicarvisi anche in età adulta, mettendosi più in gioco, sperimentando ed osando molto di più di quanto non si faccia in media dalle nostre parti, dove, mi pare, ci sia una certa tendenza a soffocare o ridicolizzare le velleità artistiche, proprie ed altrui. E mi pare pure che questa castrazione tenda ad essere sempre più precoce nella vita delle persona.

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Esplorando un pò La Boca. Terra di santi, poeti e navigatori, ma anche pittori, calciatori…

L’ansia da scoperta a poche settimane dalla partenza non la ferma manco il lavoro. Così domenica, dopo una lunghissima call su Skype, preparo la mia borsa da esplorazione cittadina del week end, pronta per qualsiasi evenienza: libro (quasi mai usato, ma non si sa mai), batteria di riserva per il cell, scarpe da tango, maglioncino nel caso si dovesse fra tardi.

Il destino di domenica è il mitico quartiere La Boca. Se cerchi La Boca su Tripadvisor leggi “molto turistico”. Ed effettivamente è quello che pensavo anche io dopo le due visite fatte fino a ieri: una circa 7 anni fa, ed una appena riapprodata qua ad ottobre. Eh, si, se ci si limita a Caminito, la celebre via di case variopinte di legno e lamiera, ricostruite negli anni cinquanta ispirandosi allo stile delle case popolari degli immigrati, oggi museo all’aperto, non puoi non dire che è molto turistico. Il che poi non significa che non valga la pena andare. Anche se mi costa un po’ ammetterlo, i colori, il tango, la pittura ed il calcio che permeano ogni angolo della via, in una mistura appassionata e coinvolgente, mi hanno rapita. E mi hanno fatto anche venir voglia di fare una visita guidata alla famosa Bombonera, il celebre stadio del Boca Juniors. A me…!

Però da ieri per me la Boca è anche altro. E che gioia!

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La Boca nasce come quartiere operaio ed abbastanza malfamato, situazione in parte rimasta invariata, tanto che ai turisti si raccomanda di non allontanarsi mai da Caminito. I suoi primi abitanti furono immigrati, specialmente italiani ed ancor più specialmente genovesi (tanto che i tifosi del Boca si fan chiamare anche Xeneizes, genovesi) che verso la fine del XIX secolo giunsero in Argentina in cerca di fortuna e lavoro (oh oh…).

20150329_163545Le mete che ho in mente avviandomi verso La Boca sono tre: la Usina del Arte, spazio culturale di cui ho sentito parlare mille volte e dove mi avvisa Juliana alle 17 si terrà un bel concerto (quale occasione migliore?!), il museo dedicato al pittore locale Benito Quinquela Martin, raccomandatomi da Ignazio e (udite udite!) lo store del Boca per cercare una maglietta, visto che ho deciso che è la mia squadra del cuore argentina (chi mi conosce starà già rotolandosi in terra dalle risate).

Ed ovviamente, come è regola qua, le cose vanno poi in maniera abbastanza diversa rispetto ai piani.


L’idea è cominciare col museo di pittura, indicato come Museo de Bellas Artes La Boca. Il tassista mi lascia però di fronte alla Usina. Scopro che gli ingressi per il concerto delle 17, gratuito, sono terminati già
da ore. Mi sa che deve essere bello davvero ‘sto concerto! Evvabbe’, mi faccio una visita guidata (gratuita) alla struttura (che vi racconterò in altro post per non dilungarmi troppo), poi mi avvio a piedi verso Caminito. L’agente all’ingresso della Usina mi dice che assolutamente devo percorrere solo avenidas, ovvero le strade principali, perché è pericoloso. Boh, a me non pare così pericoloso, ma mi impongo di non cominciare subito a fare di testa mia. Ok, avenidas. Belle, però! Quasi tutte di case basse, molte antiche, dipinte di colori pastello, ogni tanto un teatro, una chiesa, il Nuevo Banco Italiano, ristorantini e bodegon (tipo taverne) rusticissimi. Poi i due alti ponti metallici (devono passarci sotto le navi merci) che sbucando sopra ai tetto delle case preannunciano il fiume.

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Percorrendo il lungo fiume di sanpietrini variopinti dove cominciano le prime bancarelle si arriva a Caminito. Ma… ohi… cos’è quell’edificio bianco moderno giusto al lato di dove inizia la via policroma? Avanzo un po’. “PROA Over my dead body”. Beh, sembra proprio l’ennesima esposizione di arte contemporanea di questa città.

http://proa.org/esp/exhibition-mona-hatoum.php

La struttura è veramente bella e decido di entrare, anche se decisamente a digiuno di arte contemporanea, perché sicuramente ne varrà la pena anche solo per ammirare la struttura ed anche perché, come tutti i musei di Baires, se non son gratuiti sono molto economici. 25 pesos. Meno di 3 euro. All’ingresso gruppi di giovani, signore anziane che avanzano a braccetto, famiglie intere. Che bellezza!

27Nel museo c’è una personale dedicata ad un’artista libanese, Mona Hatoum, che vive a Londra. Mi unisco anche qua ad una visita guidata condotta da una ragazza molto vispa. Della visita mi colpiscono due cose in particolare. La prima è la spiegazione che la ragazza fa di un’opera, Present Tense, che raffigura lo stato palestinese dopo gli accordi di Oslo come una specie di arcipelago a rappresentare l’arbitrarietà e l’innaturalezza di questo come di altri accordi. Nel presentarla parla delle varie proiezioni della sfera terreste su un cilindro, con cui si costruiscono i MonaHatoum_2planisferi, dando la nozione completamente per scontata. Ma a voi risulta che in Italia si potrebbe fare altrettanto? L’altra cosa che mi colpisce è lattivissima partecipazione del pubblico. Uomini e donne, indistintamente, specialmente sulla ciquantina-sessantina, ma non solo, che pongono domande, aprono questioni e si azzardano a sugerire possibili interpretazioni alternative. Un lavoro di liberazione del pensiero e della fantasia che apprezzo tanto più quanto più farlo sono quelle categorie generalmente un po’ più ingessate e mediamente meno avvezze ad osare. E si apprezza ancor più se seduti in terra in un ambiente tanto bello e curato! Eh, si, avevo visto bene. Al di là delle opere esposte, la visita vale anche per l’edificio: bello e vissutissimo dai frequentatori in ogni suo angolo, dalle sale espositive, alla libreria, al caffè con terrazza sul fiume e splendida vista, persino ai bagni, dove i visiatori si soffermano a fare conversazione.

20150329_161014Uscita dal museo mi appresto ad attraversare Caminito per arrivare alla Bombonera ed al suo store. Lungo la via si nota una particolare caciara: cori da stadio fatti da ragazzi di ogni età seduti attorno ai colorati tavoli all’aperto dei ristorantini ed un via vai incredibile di persone con la maglia dal Boca. Avvanzando per la via arrivo ad un blocco della polizia. Pare proprio che oggi il Boca giochi in casa. Una bella vista questa scia gialla e blu al sapore di birra, mate e choripan che si appresta a supportare la propria squadra del cuore in uno degli stadi più celebri al mondo. Provo anche ad ingraziarmi le guardie per farmi passare almeno il primo sbarramento per dare una sbirciatina più da vicino, ma niente da fare. Mi becco solo una raccomandazione di stare particolarmente attenta perchè il clima canchero rende il quartiere un po’ meno sicuro. Uffi!

Che fare ora? Visto che la pancia brontola decido di tornare verso la Usina dove mi è stato raccomandato un bodegon molto caratteristo, El Obrero. Lo so, dovrei tornare percorrendo riogrosamente avenidas. 20150329_165222Ma sarebbe carino anche fare tutto il lungo fiume, no? Così mi avvio, arrivando sotto ai due ponti metallici. Non so se mi tradisce più lo sguardo rapito e curioso o l’andatura indecisa sul da farsi, ma vengo bloccata da due poliziotti. “Sei di qui?”. Domanda retorica. “mmm..no.” “Dove stai andando?” “Alla Usina del Arte.” “Ok, lo so devo fare le avenidas. Ora vado per di là. Volevo solo capire se al limite, in teoria, non che lo voglia fare, chiaro! si può anche passare per il lungo fiume. Così, solo per capire.” “In teoria si può, ma se sei sola, tanto più in giorno di partita è altamente sconsigliabile.” “E si può salire sul ponte?” “Si. Però non scendere dall’altra parte. Non è raccomandabile, sp…” “Specie in giorno di partita! Ok, vado, lo attraverso e torno”. Vado lo attraverso e… chiedo ad un signore del personale del ponte se secondo lui è il caso che scenda dall’altro lato. Lui mi dice che posso farlo, basta che non mi allontani troppo. Così faccio. In fondo sono una ragazza prudente, no? Dall’altra parte del ponte è già provincia di Buenos Aires e non più Capital Federal. Ciò che vedo lì mi affascina molto: una vista de La Boca dalla sponda del fiume. Dietro si vedono spuntare i grattacieli di Puerto Madero, brillanti alla splendida luce del trado pomeriggio. Nei vicoletti che si dipartono da lì case un po’ malmesse ed un negozietto in fronte al quale siedono uomni e ragazzi ascoltando tango da degli altoparlanti. Mi sembra tutto talmente autentico! Muoio dalla voglia di farmi un giro. In fondo ho addosso solo pochissimi soldi. L’unico pensiero sarebbe il cellulare con le foto scattate. Uffa, vabbe’. Sarò obediente. Mi ritorno e, dopo essermi goduta ancora un po’ la vista dall’alto del ponte, discendo per le lunghe scale e mi avvio verso la Usina. Per avenidas. Avenidas che percorro controcorrente al flusso giallo-blu che nel mentre si è fatto più intenso.20150329_172434

Arrivata nuovamente alla Usina chiedo ad una donna di guardia all’ingresso dove sia il bodegon El Obrero. Lei fa una smorfia strana, me lo indica e mi dice che però a questa ora è chiuso. Poi fa uno sbuffo ed aggiunge “Ma mi spiegate perché venite tutti a cercare questo postaccio? E’ una parrila come un’altra solo piena di roba vecchia, in un quartieraccio, e pare sia anche caro…. avrà la carne d’oro! E’ incredibile, vedo arrivare la gente coi macchinoni per venire qua. Sarà che alla gente piace il rustico!” La perplessità della ragazza mi ha letteralmente fatta morire dal ridere! Evvabbe’, niente bodegon radical chic.

Mentre mi muovo per dirigermi suppostamente verso San Telmo per cercare un altro postaccio dove mettere qualcosa sotto ai denti una guardia all’ingresso della Usina mi chiede se sto andando al concerto. Rispondo di no perché non ho trovato i biglietti. E lui (colpo di scena!), senza scomporsi minimamente (evidentemente era uno che a scuola copiava bene!), mi piazza in mano un biglietto. “Tomás!” e si volta dall’altra parte. Beh, se l’evento è così ricercato la pancia può attendere e vado.

20150329_173442Del concerto vi dirò quando parlerò dell’Usina. Comunque gran regalo quello fattomi dall’omino, che uscendo saluto, cercamdo di non farmi sgamare troppo, con una mano al cuore modello canto dell’inno nazionale!

Terminato il concerto mi affretto ad uscire per prima perché dopo le parole della ragazza di guardia mi immagino che tutto il pubblico si riverserà sul bodegon per il post concerto. Ma è ancora chiuso. Vabbe’ che le 20 per cenare è vergognosamente presto a Baires, però se manco han tirato su il bandone forse sarà per un’altra volta.

Termino la serata, dopo un bus ed una lunga camminata, in un bar in zona casa che avevo occhiato da un po’. Carino e pare si prepari ad ospitare un gruppo a suonare. Ma alle 22.30 ancora niente e domani mi aspetta una giornata molto impegnativa. E, diciamocelo, posso ritenermi anche sazia per oggi! Poco più di una mezza giornata dedicata a questo barrio super famoso, provando a guardarlo da un punto di vista un po’ diverso (per quanto mi è stato concesso da polizziotti, guardie e dalla mia coscienza!). Ci ho respirato un po’ di quell‘atmosfera portuale che tanto amo. I porti, si. Terra di passaggi che conosce molto più di quanto non voglia rivelare a chi la guarda con occhio sbrigativo. Terra protesa verso altri mondi e terra che sa accogliere altri mondi, portandone i segni nei muri e sui volti della sua gente. Che ha ascoltato molte storie e molte ne ha vissute e che, se gliele domandi con la giusta pazienza e la giusta delicatezza, forse te ne racconterà anche qualcuna.

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Ciudad Oculta. Villa 15 a Buenos Aires

Vi ho detto che mi è presa l’ansia da prossima partenza, vero? Ebbene, questo fine settimana non mi son fatta mancare esperienze, per così dire, ed in teoria oggi l’ansia dovrebbe essersi un po’ placata. In teoria.

Vorrei spendere qualche parola per raccontare in particolare i fatti di domenica. Poi magari vi dirò un po’ anche di venerdì e sabato. L’avevo già scritto, vero, che mi è venuta anche l’ansia di scrivere?

Evvabbe’.

Domenica avevo fissato con Francesca, un’altra tanas , il suo ragazzo ed alcuni suoi amici argentini ed italiani, per andare alla Feira de Mataderos, secondo me il più bel mercato di Buenos Aires, ricco di folklore, gastronomia e splendido artigianato, e poi per un asado a casa di un suo amico, tipica attività del fine settimana di queste parti.

La Feira de Mataderos si trova nel barrio Mataderos, al confine della Capital Federal, ovvero la città di Buenos Aires propriamente detta (C.A.B.A.), dove comincia poi la Gran Buenos Aires, ovvero la conurbazione che appartiene alla provincia di Buenos Aires.

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Mi do appuntamento coi ragazzi direttamente alla feira perché ci sono un paio di bus che passano proprio sotto casa mia diretti là. Così mi avvio con il mio carico di 5 ore di sonno scarse.

Salita sul bus chiedo all’autista la cortesia di indicarmi la fermata a cui scendere ed una signora molto gentilmente mi dice che anche lei sta andando là e si propone di indicarmi lei dove scendere e di accompagnarmi poi fino alla fiera. Mi fa un sacco di domande circa il fatto che sto andando da sola, come mai sto andando, se conosco qualcuno lì, se è la prima volta che vado, e mille raccomandazioni sulla sicurezza. Mille davvero! Lì per lì lo attribuisco alla solita estrema attenzione al turista, nonché ad una certa fobia sulla sicurezza alimentata dall’iper allarmista campagna elettorala portata avanti dai media in mano all’opposizione, e cerco di mostrare gratitudine per tanto pensiero, senza badar più di tanto a quel che mi viene detto. Ma avrei dovuto notare qualcosa di un po’ eccessivo, in realtà.

Il bus arriva alla fermata e scendiamo ed io mi incammino dietro alla signora e ad un giovane ragazzo, forse il fratello minore. Le raccomandazioni e le domande si fanno sempre più accorate finchè non arriviamo all’inizio di un vicolo, dove si vede che comincia un mercato. Un caloroso saluto con la signora, che nel mentre ho scoperto essere una paraguaya trasferita in Argentina da dieci anni in cerca di migliori condizioni di vita, e mi avvio per il mercato.

Effettivamente il mercato non è proprio come me lo ricordavo da quando ci ero stata ad ottobre. Nelle bancarelle non c’è traccia dell’artigianato e della gastronomia proveniente dalle altre provincie del paese. E’ un mercato direi estremamente popolare di ogni sorta di bene da vita quotidiana. Mah… Mi do la ragionevole spiegazione che sicuramente si tratta di un ramo più popolare e modesto del mercato che l’altra volta non avevo visto. Proseguendo arriverò sicuramente alla piazza col palco.

Cammino per un po’, sentendomi piuttosto stonata rispetto al contensto che non muta di molto, o comunque non nella direzione che mi sarei attesa. Dal centro della via, dove le fittissime bancarelle e la folla di gente impedisce completamente la vista degli edifici che definiscono la strada, mi sposto su un marciapiede per poter procedere più agilmente. Camminando lì comincio ad osservare l’edilizia della zona e sinceramente ne rimango profondamente colpita.

Case e negozietti di una fatiscenza rara e generalizzata. Le viuzze che si dipartono da quella via principale sono spesso estremamente anguste e ricolme di oggetti di ogni tipo in terra o appoggiati ai muti. La magior parte delle costruzioni sono in mattoni rossi e cemento senza nessun rivestimento, con apporti di lamiera, molti sono anche privi di infissi. Comincio a rendermi conto che mi trovo in una villa. Con questo termine, o anche villa miseria o villa de emergencia, in Argentina si definiscono le aree urbane più degradate e sovrappopolate, cresciute senza nessun piano urbanistico e spesso prive di ogni infrastruttura primaria come acqua corrente, elettricità, fognature, etc.

Giusto qualche giorno prima ne stavo parlando con Francesca, che ha fatto la sua tesi in architettura proprio su questa tematica visitandone diverse. Le dicevo che mi sarebbe interessato molto vederne una per capire. Come dice anche il il Papa, “la realtà si vede meglio dalla periferia che dal centro”. Ed io sinceramente mi sento addosso un grande desiderio di capire la realtà quanto più possibile. Allo stesso tempo però credo vada trovato il modo giusto per andare alle periferie. Ed io a volte pecco di ingenuità, o di superbia, chissà, nel pensare di potermi sempre avvicinare quanto voglio. E giustamente Francesca mi faceva notare che bisogna trovare un modo per andare, una ragione, un accompagnatore che sappia come farti entrare. Non sempre è possibile, ne tantomeno facile avvicinarsi. Intendo avvicinarsi senza offendere, senza passare da voyer, anche senza rischiare inutilmente.

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Ieri la sensazione dominante comunque non è stata la paura. Se devo essere sincera non l’ho percepita troppo. Magari non son finita nella zona peggiore o forse il mercato animava il luogo con un clima tutto sommato festoso. La sensazione brutta che ha accompagnato questa esperienza è stato il sentirmi un’intrusa, una turista stupidamente curiosa. Sentire che la mia presenza poteva essere percepita come offensiva o aggressiva.

Ad un certo punto chiedendo indicazioni ad una coppia di attempati signori riesco a trovare la strada per tornare sulla via principale da cui riprendere l’autobus per andare all’altra feira. In attesa alla fermata dell’autobus noto tre poliziotti che mi fissano. Decido di andarci a parlare per chiedergli informazioni e mi spiegano che mi trovo nella Villa 15, anche detta Ciudad Oculta.

Gli racconto come ci sono arrivata e gli chiedo per cortesia di non prendermi per una pazza o per una superficiale. Che se ne dica dei poliziotti qua, mi piace molto come si rapportano a me: non mi trattano né come una cretina, né come una pazza e sono estremamente gentili.

Solo dopo ho modo di informarmi un po’ di più sulla Ciudad Oculta. Francesca mi racconta che si chiama così perché durante i Mondiali del 78 la giunta militare allora al potere fece costruire un muro per occultarne la vista ai turisti in arrivo a Buenos Aires. Beh, questa storia non suona tanto nuova, vero? Ogni evento di questa portata ha la sua storia di occultamento delle marginalità.

La Villa 15 nasce come un barrio operaio data la vicinanza del marcato animale de Mataderos e delle industrie del Ferrocarriles e del Frigorífico Lisandro de La Torre. Le prime villas nascono proprio dall’intensificarsi incontrollato dei flussi migratori interni al paese e poco si è riuscito a fare fino ad oggi per risanare queste aree per una serie di problematiche e questioni di cui ho sentito parlare, ma che non sono in grado di trattare approfonditamente.

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La Ciudad Oculta ha una sua caratteristica distintiva che è la presenza di un “elefante bianco”, ovvero la carcassa di un ospedale che Peron aveva iniziato a costruire perché fosse uno dei più grandi ospedali del Sud America, poi abbandonato senza essere terminato.

Oggi ho letto un po’ sulle villas miserias e sulla Ciudad Oculta. Ho letto cose che mi hanno impressionata, e anche rattristata molto. Fra le tante anche un aneddoto sul giocatore Carlos Tevez che, nato e cresciuto in una villa prima di conoscere il successo, resta legato a questa realtà che cerca di portare all’attenzione dei media. Vi lascio un link in merito che, al di là di ogni fede o ateismo calcistico, mi sembra degno di esser letto.

http://www.calciosudamericano.it/buenos-aires-la-ciudad-oculta-vietato-parlarne-tevez-ci-sta/

Ecco, pensavo in principio di scrivere della giornata di domenica. Ma credo che sia meglio fermarmi qui. Dei balli folcloristici, delle visite guidate a quartieri operai sperimentali, delle splendide tradizioni artigianali e gastronimiche del paese che si raccolgono in un giorno di festa magari scriverò in un altro momento. Ora mi va di lasciar gli occhi e il pensiero posati su questa realtà che mi è accaduto di avvicinare, e sulle mie riflessioni sull’incontro con le periferie del mondo, ai confini della dignità dell’uomo.

NB: le due foto postate ovviamente non le ho scattate io, ma trovate su internet.

E poi ti chiedi come mai anche il Papa racconti barzellette sugli argentini

Non so quanto la fama degli argentini sia nota nel mondo. Tanto che quando spesso e volentieri ti senti chiedere qua “ma cosa pensano di noi in Italia?”, “che si dice in Europa dell’Argentina?”, io resto un filo spiazzata. A volte glisso, a volte invento, a volte boh…

Certo è che appena sono entrata in contatto con le tanas sono stata immediatamente edotta, per non dire messa in guardia, circa la natura dei locali.

(Tano è l’appellativo che gli argentini hanno dato agli italiani ai tempi delle grandi migrazioni qua. E’ l’abbraviazione di napolitano. Las tanas è un gruppo di donne italiane a Buenos Aires, tipico esempio di socialità e mutuo soccorso fra persone che sentono l’appartenenza ad una stessa comunità in terra straniera).

Devo dire che quanto appreso dalle tanas mi ha subito messa in allerta e questo mi ha permesso di vivere giocosamente alcuni incontri un po’ sui generis, senza lasciarmene particolarmente impressionare.

Potrei citare vari episodi. In realtà non una marea, stando qua in fondo da poco. Però abbastanza significativi e soprattutto tutti concordi nel delineare la tipologia umana che mi era stata preventivamente descritta.

Ok, ok, mai generalizzare, specie se si dispone di una statistica poco significativa. Quante volte l’avrò rammentato io agli altri? Però lo stesso vi voglio raccontare questo episodio e poi si vede.

Sabato scorso ero a ballare alla pratica pomeridiana organanizzata da una scuola (una pratica è come una milonga, ovvero si balla tango, ma un po’ più informale diciamo) molto carina, sebbene un po’ fighetta e radical, e molto frequentata da stranieri. La diremo radical-fighetta-international.

E’ una pratica dove mi ostino ad andare anche se in genere ballo pochissimo perchè è piena di: 1. donne (in netta prevalenza rispetto sugli uomini) 2. donne fighe 3. donne piuttosto svestite 4. ballerini e ballerine molto bravi 5. gente che si conosce perché frequenta la scuola molto più di me.

Sabato scorso però, complice un’oretta di lezione fatta subito prima di salie alla pratica con una maestra molto brava, la pratica prende una piega diversa e ballo abbastanza e con gente molto brava. Fra questi un ragazzo argentino all’apparenza molto tranquillo e dimesso, molto bravo, con cui mi scambio il contatto facebook per trovarci magari a ballare da qualche altra parte. Il tutto avviene con una limpidezza davvero al di sopra di ogni sospetto.

Il ragazzo mi scrive su facebook per informarmi che in estate lui va spesso ad una pratica a Palermo, all’aperto, il pomeriggio. Io rispondo che in genere i pomeriggi infrasettimanali sono piuttosto impicciata, ma che giusto il mercoledì pomeriggio sarò a Palermo in uno studio legale e che quindi, se questa pratica c’è anche di mercoledì (che strano però una pratica pomeridiana che si svolge proprio tutti i giorni!), potrei raggiungerlo. Lui mi dice che va benissimo e mi propone di vederci alla fermata della metro di Piazza Italia. Ottimo, eccezionalemente vicina allo studio.

Così alle 17 ci troviamo. Io gli chiedo dove sia questa patica e ci incamminiamo verso il parco. Cammina cammina si arriva ad una glorieta. Non so se questo termine è in uso anche in italiano. Nel dubbio vi dico e vi mostro. In realtà il termine può indicare vari elementi architettonici, nel caso specifico si tratta di una costruzione, come un tempietto con un basamento rialzato, ed un colonnato a contorno che sostiene il tetto (vedere immagini dela glorieta oggetto del racconto), eretto in luoghi pubblici.

Dicevo, arrivati a questa glorieta io mi guardo intorno, e soprattutto drizzo le orecchie per capire dove fosse questa pratica. Ma… ma il mio accompagnatore entra nella glorieta, appoggia lo zaino a terra, ne estrae una radio e la accende. Tango. Tango contemporaneo per l’esattezza.

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Vorrei tanto che qualcuno avesse filmato la mia faccia che dalla totale incredulità man mano volgeva ad imbarazzo.

Però la storia è questa: la pratica si doveva fare in due, nel mezzo di un parco neanche tanto poco frequentato.

E quindi mi son trovata a ballare musica molto bella, con un ballerino estremamente bravo (che fa sentire molto brava anche te), ed anche con la gente di passagio nel parco che si ferma a guardare, si siede su una panchina facendoti foto e video. Imbarazzante è dir poco. Molto figo anche però.

Quello che vorrei sottolineare è la limpida genialità del tipo. Un tipo dimesso, vi dicevo. Pensate fosse stato uno palesemente pieno di sé…! Ma i porteñi son così. Lasciano libero sfogo al proprio ego (ed essendo un ego grande (1) ne ha da sfogarsi) e non si limitano in nulla. Che problema c’è? Perchè non dovrei farlo, dal momento che l’ho pensato?

E poi, quando alla fine ti sei ripesa un po’ 1. dall’incredulità 2. dall’imbarazzo 3. dall’emozione di un ballo tanto bello 4. da un po’ di vanagloria dalla quale alla fine vieni per forza un po’ presa, diciamo contagiata, ti rimetti un tantino a tuo agio e finalmente puoi ammettere che la cosa ti ha ben spiazzata, ti accorgi di quanto tutto questo compiaccia il tuo interlocutore.

Quanto si compiacciono a sentirsi particolari, diversi!! E così ti viene il dubbio di quanto quella spiazzante spontaneità del primo momento fosse autentica o quanto non sia stato invece tutto accuratamente pianificato.

Ma che vi devo dire? Vi posso solo dire che qua è estremamente facile, anche senza andarsele e a cercar troppo, ritrovarsi in situazioni assurde tipo questa.

Ed anche questo è il bello, e lo strano (ma si, facciamoli contenti!) di questa città.

(1) “Sai come si suicida un argentino? Si arrampica sopra il suo ego e si butta giù”.

“Gli argentini quando hanno visto che era stato nominato un Papa del proprio Paese, hanno dimenticato tutte le ragioni di chi si opponeva a questa nomina. Perché il mio è un popolo poco umile e molto egocentrico”.

(Cit. Papa Francesco)

Una domenica a Palermo

Il bello di questa città è che ci sono quartieri con atmosfere talmente diverse che è possibile trascorrere pomeriggi, serate, giornate, come se ci si trovasse ogni volta in una città diversa.

Domenica scorsa è stata la volta di Palermo.

In realtà il mio piano era di andare ad una mostra di una celebre artista argentina che avevo visto recensita nell’ansiogena rivista con l’agenda di arte e spettacolo della città.

Però al momento di uscire non ho trovato la suddetta rivista e, non ricordando ne’ il nome dell’artista ne’ quello dello spazio che ospita l’esposizione, la ricerca su google “artista argentina che una volta ha esposto alla biennale di Venezia” non mi ha permesso di risalire all’evento. Così all’ultimo mi son cercata un programma alternativo.

20150315_140512La domenica precendete ero a pranzo con delle persone che mi hanno parlato del bellissimo mercatino del fine settimana di Palermo. Conosco già diversi mercati in città che fino ad ora mi son piaciuti tutti davvero tanto. Lo splendido mercato domenicale di San Telmo, un po’ troppo affollato di turisti (eh, lo so, non riesco a far pace col mio lato radical-snob!), ma davvero bello immerso nella magnifica atmosfera di quello che è forse il quartiere più caratteristico della città. Il mercato del sabato e della domenica a la Recoleta, il quartiere più elegante della città, con il suo bellissimo artigianato e lo sfondo del cimitero monumentale. Il mercato di Mataderos, quartiere periferico a quasi zero tasso di turismo (con grande scialo del mio ego!), con le sue succulente bancarelle gastronomiche, gli spettacoli dei gauchos a cavallo, i balli folclorici in cui si scatenano i partecipanti. Il mercato della domenica al Parco Centenario, anch’esso solo per locali, dove si trova davvero di tutto, compresi mille runners che sfrecciano fra le bancarelle e nel pomeriggio mille altre attività svolte nel parco da singoli e gruppi, tutti in overdose da mate.

Bene, allora ampliamo ulteriormente il panorama.

Palermo è il più grande barrio (quartiere) di Buenos Aires, con i suoi quasi 16 km2, tanto che si suddivide in tutta una serie di sottoquartieri: Palermo Soho, Palermo Hollywood, Palermo Zoologico, Palermo Botanico, Chacarita ed altri (vedere cartina, ma in realtà le sottozone, barrios no officiales, sono ben di più).

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Barrios no oficiales di Palermo

Deve il nome ad un italiano Juan Domingo Palermo che nel 1590 comprò quest’area e ci installò la sua hacienda ivi dedicandosi all’agricoltura. Per molto tempo fu un quartiere periferico, povero e poco popolato, tanto da essere chiamato Terra del Fuego. Successivamente fu incentivata la sua urbanizzazione ed il suo sviluppo finché in tempi recenti, come spesso avviene, è diventata una delle zone più alla moda della città, con eleganti case e palazzi, belle strade alberate ed un’infinità di ristoranti e locali.

Palermo è il quartiere dove più spesso risiedono gli stranieri più o meno di passaggio in città, specie i più giovani ed i tangueri, essendo il quartiere con più alta densità di locali e la più vivace movida notturna.

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Nel quartiere c’è anche un parco davvero enorme, los Bosques de Palermo, annesso al quale ci sono un giardino zoologico, un giardino botanico, un celebre grande ippodromo, un planetario e nei pressi l’enorme centro di cultura islamica della città. Sicuramente c’è anche molto altro, ma io non lo so.

Fino a domenica avevo frequentato il quartiere solo la sera, più qualche veloce incursione per lavoro ed una domenica trascorsa nel parco alla disperata ricerca di un pic nic politico.

20150315_141113Mi sembra giusto conoscerlo ora anche in versione diurna. Così mi avvio a piedi verso piazza Serrano, cuore di Palermo Soho, dove mi hanno detto esserci il mercato.

Camminando un po’ a caso arrivo in realtà prima in piazza Armenia, che non conoscevo, e già mi trovo calata in una rilassante e piacevole atmosfera domenicale che mi accompagnerà per tutto il pomeriggio.

Il quadrilatero interno 20150315_143723della piazza è tutto percorso da bancarelle di oggetti di bell’artigianato, molto design di giovani artisti locali, mentre il suo perimentro esterno è pieno di bar e ristoranti, i cui tavoli sembrano quasi voler invadere completamente la strada. Fatto un giro per le bancarelle, inizio a vagare per le belle strade pavimentate a pietra, poco trafficate da mezzi a motore, piene di locali carini che le colorano con tavoli e sedie variopinti, ombrelloni e soprattutto tanta gente di ogni età fuori a mangiare o a bere. Molte cose me lo avevano già fatto sospettare, ma qui ne ho la conferma: le mamme argentine preferiscono trascorrere la domenica mattina a far jogging, laccarsi le unghie e fare colazione con le amiche per poi andare a pranzo fuori! Beh, direi una scelta decisamente condivisile!

20150315_144502Continuando nel mio girovagare per queste belle strade piene di vita, ad certo punto cominciano a comparire anche dei bei negozietti. Devo dire che Buenos Aires ha molte qualità. Fra queste non spicca il livello dei negozi, almeno per i miei gusti. Però qui si trovano belle botteghe di abiti e scarpe artigianali e gallerie di design locale, che insieme ai locali contribuiscono a colorare le vie del quartiere.

Arrivo quindi in piazza Serrano, il cuore di Palermo Soho. Il mercatino che mi è stato sugerito si presenta come un’esplosione di colore e di bancarelle che si contendono lo spazio con i tavoli dei locali, in una lotta all’ultimo centimetro.20150315_143603

Fatto un giro della piazza mi siedo ad un tavolo a ridosso del mercato a sorseseggiare un fantastico beverone di ananas, gelato e ginger e soprattutto a gustarmi l’atmosfera. Quello che mi colpisce è la quantità di gente fuori. Davvero di ogni età. Una gran quantità di vita riversata per le strade. Molta più di quanto mediamente se ne veda in Italia (a meno che non vi troviate in un centro commerciale20150315_144833). Qualcuno mi dirà che evidentemente gli argentini non hanno il valore del pranzo domenicale, ed anche infrasettimanale, in famiglia. Boh, in realtà non conosco abbastanza famiglie locali per poterlo dire. Però certamente hanno il valore, e il gusto, di una colazione, un pranzo, una cena fuori con gli amici e anche con la famiglia. E questo a me pare molto bello. Come se la frenesia della vita porteña (almeno questo si dice, insieme ad altre cose, dei porteñi: dei frenetici) non facesse perder di vista quali sono le cose gustose della vita. E per quelle, mi pare, che sappiano prendersi tempo.

E a proposito di frenesie più o meno sane, il mio pensiero domenica è stato anche questo: manca meno di un mese al giorno previsto per il mio rientro in Italia e io continuo a scoprire angoli e momenti di questa città che non immaginavo neanche. E penso a quanti ce ne sono che non ho ancora scoperto. E qui mi prende una certa frenesia. Di scoprirli si. Ma anche di raccontarli.

Temo che, come dissi anche a gennaio, non sono ancora pronta a lasciare questa città.

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E s’è scoperto anche la cumbia!

Mi trovavo a Tilcara quando stavo parlando di musica con una ragazza di Buenos Aires che mi stava spiegando qual è la musica maggiormente ascoltata in città. Rock nazionale, tanto. Rock internazionale. Un po’. Molta cumbia. Ultimamente anche cumbia argentina. “Cos’è la cumbia?” ho domandato. “E’ la musica popolare columbiana. Perchè, come la chiamate in Italia?”. “emmh…” come la chiamiamo in Italia?? … “In Italia non c’è”. Volto dell’interlocutrice molto stupito. E, uff, ammetto di essermi sentita un po’ provinciale. Ma voi la conoscete la cumbia???

Vabbe’, molto rapidamente, visto che non sono certo un’esperta in materia, la cumbia è il ritmo columbiano per eccellenza, una musica, un canto, una danza, la cui origine si colloca nel tempo intorno al XVIII secolo e nello spazio sulla costa atlantica del paese, ed è il risultato di un lungo processo di fusione di tre elementi etno-culturali diversi: indigeni, bianchi e africani. Si suona generalmente con cornamuse, tamburi e maracas.

Esiste in Colombia anche una moderna versione che è la Cumbia rap.

Esiste poi la Cumbia argentina che si è sviluppata a partire dalla fine degli anni ’90 principalmente a Buenos Aires.

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Alla frontiera fra Argentina e Brasile, mentre, godendomela immensamente (non sto scherzando!!), attendo a 40°C e con un’umidità intorno al 90% il bus per Foz de Iguaçu che non passa mai, conosco una ragazza australiana molto simpatica che sta viagiando per qualche mese per il centro america. Dopo la visita alle cascate ha in programma di andare a Buenos Aires e sostarvi qualche settimana (privilegi del turismo mordi e non fuggi…). Ci scambiamo i contatti per vederci in città.

Così ieri sera fissiamo. All’ostello dove alloggia le hanno consigliato un posto, il Ladran Sancho,che scopro essere praticamente dietro casa mia, dove c’è musica dal vivo. Ottimo! Ormai in città conosco diversi posti, anche parecchio carini, di tango, posti dove mangiare o bere in quantità, ma dico sempre che mi piacerebbe trovare dei posti dove c’è musica dal vivo.

Ad oggi, anzi, a ieri, conoscevo solo Konex con le sue serate tematiche (lunedì percussioni afro, giovedì serata regge/ska/jazz, le altre sere non so, mai stata), forse un po’ troppo giovani per me, ed un paio di posti di folclore argentino.

11046918_10153205500154789_2630618835789008344_nIl posto di ieri è molto carino. Sembra quasi una taverna un po’ rustica con una prima saletta con bar il cui bancone è sommerso di empanadas, una sala più grande con piccoli tavolinetti di legno addossati alle pareti, una piccola esposizione/bancarella di libri di viaggio (l’espositore non poteva che essere una valigia) e per il resto vuota, per ballare. In fondo un palco munito di microfoni splendidamente addobbati con luci e fiori. Per finire un patio esterno sul retro pieno di tavoli per chi la musica vuol sentirla a volume più basso, come sottofondo alle chiacchiere.

Arrivata al locale e beccata Brooke che è con una sua compagna di ostello canadese ed una ragazza del posto, quella che ha sugerito loro il locale, scopro che si tratta di una serata di cumbia. Muy bien! Potrò lavare la mia colpa e ripulirmi dalla mia ignoranza originale. In realtà scopro che il gruppo, Luz Buena, suona nel locale tutti i giovedì. Mi pare che qui in città vada molto questa formula per cui ogni locale ha un gruppo fisso per ogni giorno della settimana. Sicuramente si facilitano la vita sia i gestori dei locali, che i manager dei gruppi, che i clienti più pigri a cui fa fatica star dietro al programma (sterminato!) della notte porteña.

1650119La musica suonata e cantata dal gruppo mi piace molto. Un bel mix di ritmi latini e folk. Straballabile. Invita a ballare. E balliamo eccome! Divertente osservare le anglofone (per chi non l’avesse capito questa è la mia ultima fissazione, la questione anglofoni intendo, non le ragazze in questione) un po’ poco a loro agio con questi ritmi.

Il loro berciare in inglese mi rende automaticamente una straniera, pertanto le dribblo un po’ e mi posiziono nei pressi dell’argentina. Comunque ogni sforzo di mimetizzazione in questo senso è vano: posso anche stare imbavagliata, tanto sono subito bollata come straniera. Davvero frustrante.

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Frustrazioni a parte quella di ieri è stata decisamente una serata carina, improvvisata all’ultimo, in un bel posto, con una piacevole compagnia, trascorsa ballando e surfando dallo spagnolo all’inglese con tutti i divertenti inconvenienti del caso.

E questa cumbia è davvero un bel sound. Vi lascio un paio di link a pezzi del gruppo che ho ascoltato.

Magari la prossima volta sarebbe interessante provarla su una spiaggia al tramonto e condendola con un cocktail fruttato invece che con una cerveza!

PS: le foto del post sono liberamente tratte da internet. Già che tutti i miei sforzi per mimetizzarmi risultano puntalmente vani… se mi metto anche a fotografare col cellulare va a finire che anziché tana mi fanno giapponese anche!

 

Si, volare. Skydive @ Foz de Iguaçu

Nell’ultimo post avevo accennato ad attività collaterali svolte fra le due visite alle cascate fronte brasiliano e quelle fronte argentino.

Non vi dirò della visita al parco degli uccelli, che si risolverebbe in una sequenza di descrizioni di esotici esemplari, di cui assolutamente non saprei dirvi i nomi, ed in aneddoti un po’ trash (ma chissà che poi non mi venga voglia di scriverne). Vi dirò invece del lancio dal paracadute.

La decisione viene presa da me e Leo in maniera piuttosto leggera. “Ho visto che qui vicino c’è un centro dove ci si può lanciare col paracadute in tandem. Si potrebbe anche fare…”. “Ok”.

Solo dopo ti viene tutta una serie di pensieri tipo “certo che scegliere di farlo proprio in un posto dove non capisci niente della lingua locale, dove non sai nulla di quali siano gli stadard di sicurezza… speriamo almeno l’istruttore sia figo!”. Però ormai s’è riservato e tant’è. Ci si lancia.

Alle 14 viene a prenderci all’ostello un ragazzo del centro. “ok, pace, niente istruttore figo. Magari avrebbe potuto distrarmi un po’”.

Arrivati al centro di lancio, lo Skydive Foz, la ragazza alla recepcion ci spiega… vabbe’, ci spiega, ci fa pagare e soprattutto cerca di convincerci ad includere nel pacchetto il video, che costa quanto mezzo lancio. Noi irremovibili (falsissimo!) conveniamo che è un furto, quindi niente video. Resterà tutto impresso nei nostri occhi.

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Veniamo chiamati da un altoparlante, giusto così, per metterci un po’ a nostro agio, ed assegnati ognuno ad un istrutture. Ops! Mi sa che invece l’istruttore figo mi è capitato! Un lituano con le fossette e gli occhi azzurri…. vabbe’, metto la foto che faccio prima ed evito che possiate pensare che la mia mente già in preda al panico mi abbia indotto delle visioni mistiche! Il Leo un po’ meno fortunato pare. E non solo perché non gli è capitata un’istruttrice russa, ma anche perché il suo poco adonico istruttore non parla inglese, ma solo quell’incomprensibile idioma che è il portoghese.

40Cominciamo con il trainig. Si, chiamiamolo training. 5 minuti in cui ti spiegano solo che starai a pancia in giù, che non ti devi preoccupare del salto, tanto ti butterà giù l’istruttore, volente o nolente, che quando ti darà una pacca sulle spalle dovrai aprire le braccia a mo’ di uomo vitruviano. Nulla riguardo l’atterraggio. Però il tutto te lo fanno simulare su un panchino, giusto perchè tutti i presenti possano ammirare con quale abilità sai sdraiarti a pancia in giù ed aprire le braccia. Un bagno di autostima!

Ottimo. Prontissimi direi. Ci si avvia verso quel trabiccolo che Leo mi spiega essere un Cesna, un aereo tanto insicuro per cui non viene neanche prevista nessuna regola da seguire in caso di incidenti. Tanto se si rompe cade a picco e pace.

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Ah, dimenticavo. L’istruttore avvia comunque la sua Pro. Il filmato verrà girato lo stesso così che poi, eccitatissimo e carico di adrenalina potrai decidere più a freddo se comprarlo o meno.

Ovviamente dopo aver visto l’istruttore io so già benissimo che, nel caso in cui sopravviva, lo comprerò. Non posso non far vedere agli amici in quali braccia son finita! E, devo ammettere, è anche un ottimo pretesto per sforzarmi di manetenre un piglio disinvolto e sicuro di me. Ho fatto appello a tutto quello che ho imparato nelle mie scarne esperienze teatrali!

2Dicevo, saliamo su questo trabbicolo, carino però. Tutto colorato. Siamo in quattro a lanciarci. Io ed un signore ci sediamo di fronte, a cavalcioni su una panchetta, ciascuno col proprio istruttore alle spalle. Leo ed un povero ragazzo dalla faccia profondamente segnata dal terrore (vabbe’ io non posso vedere la mia, mi direte, qui ci troviamo sul tema pagliuzza-trave mi sa) si siedono al nostro fianco a terra. Molto comodo pare. Si chiude il portellone (que suerte! Io ero già persa nelle mie valutazioni in merito alla possibilità che ha un mezzo in volo di mantere l’equilibro con un portellone aperto ed uno chiuso). Si decolla. Le vibrazioni del mezzo alla partenza non sono propriamente rassicuranti, tanto che mi scappa detto all’istruttore che io quanto ad esmperienze emozionanti potrei già ritenermi soddisfatta. Nessuna risposta.

27Devo dire che lo stare sulla panchetta presenta un fondamentale vantaggio. Non essendo affossati si può ammirare il paesaggio e questo aiuta parecchio a distarsi, anche perché il mio istruttore mi da un sacco di spiegazioni, mi indica la famosissima diga, la più grande del Brasile e forse del Mercosur, le cascate che si vedono in lontananza alla confluenza dei fiumi, dove è il Brasile, dove l’Argentina e dove il Paraguay. Ecco, l’interesse per la geografia riesce a distrarmi un po’ dal pensiero di quello che si sta per consumare. Il più ovviamente lo fanno gli ormoni.

Non che ogni tanto il terrore non affiori. “Leo, questa è l’ultima vacanza che faccio con te!”. Con ghigno ed una vena di odio. Deve essere stato di conforto per lui, credo, sentirselo dire due secondi prima di lanciarsi nel vuoto da un’altezza di 3 km e mezzo, nel secondo giorno della nostra prima vacanza insieme!

Ad un certo punto in tre parole l’istruttore ripete le due nozioni di conto precedentemente apprese a terra: pancia in giù, pacca, braccia aperte. E lì capisci che ormai sei fottuto. Ti tocca.

Si apre il portellone ed il ragazzo che pare stia avendo un infarto si affaccia con gioia nel vuoto e dopo due secondi scompare. Cade giù come un sacco di papate. E’ agghiacciante! Vorrei prendere il Leo e sottrarlo al suo aguzzino. Ma questo comporterebbe allontanarmi di qualche centimetro dal mio mentore e qualcosa me lo impedisce. No, no, non si tratta solo dell’ormone, ma anche delle cinghie che ci uniscono e che -grazie al cielo!- ha stretto fino ad impedirmi di allontanarmi da lui anche solo di mezzo centimentro. Ovviamente la gioia per il vincolo è legata solo alla preoccupazione per la mia incolumità…!

Viene dunque la volta del Leo e poi del signore seduto di fronte a me. Altri due sacchi di patate. Uno dei quali è anche un amico, fratello, che vedo scomparire nel vuoto…

10Percepisco un millimetrico spostamento del blocco Silvia-istruttore lituano strafigo in direzione del portellone. Mi esce con un filo di voce un “no”. Ma non ti puoi opporre ad una morte così in buona compagnia, per quanto terrificante. Senza accorgermi mi trovo affacciata al portellone, con i piedi a penzoloni nel vuoto. 3,5 km di vuoto, per l’esattezza. Ah, si ve l’avevo già detto. “Ok. Ora mi sveglio”. E invece cado.

Ecco, qui mi verrebbe di fare una pausa. Un po’ come quando il Venerdì Santo si legge “il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse”.

Lo so, sembrerò megalomane. Ma è solo che quella storicamente è stata la mia prima imagine del momento di silenzio. Poi son venute tutti gli altri momenti di silenzio civile.

Ma non fatemi divagare. Il primo istante di caduta è qualcosa che non saprei spiegare se non dicendo che senti di stare cadendo nel vuoto da 3,5 km di altezza, senza neanche sapere se incontrerai la morte in Brasile, in Argentina, in Paraguay o in acque franche.

9Dopo, non saprei, un secondo, massimo due, la tua anima torna detro di te ed i tuoi neuroni si riattivano ed il primo pensiero è “me la devo godere sennò sarei la peggior grulla”. Ed è incredibile: da quell’istante me la sono iniziata a godere. In realtà anche perchè quella sensazione terrorizzante di caduta libera sparisce. Chiaro, c’è una spiegazione. Non è che ti fanno mettere a pancia in giù ed aprire le braccia perchè così sei più fotogenica. Lo fanno per massimizzare la superficie di attrito. E la forza di attrito arriva in pochissimi secondi a compensare completamente la forza di attrazione gravitazionale per cui non si subisce più nessuna accelerazione e ci si stabilisce ad una velocità di crociera di circa 200 km/h, e si sperimenta la sensazione fantastica di non essere soggetto e nessuna forza.

33Nel mio caso non si è trattato proprio di un esperimento ideale perché per via dell’istruttore sopra la risultante delle forze non era proprio nulla, ma vabbe’. La presenza di una piccola perturbazione non inficia i risultati sperimentali.

In questo stato pare di rimanere per un quarto d’ora buono, che il resto del mondo misura in circa 25 secondi, finchè, quando ci si trova ad una quota di circa 1500 metri, si apre il paracadute. Un piccolo rinculo e da pancia in giù ti ritrovi più o meno in posizione eretta.

Lì per me inizia la visita turistica, con il lituano che continua ad illustrarmi tutte le meraviglie del paesaggio, inframmezzando la guida con qualche avvitamento che mi fa sentire come su un’altalena rotante sospesa nell’aria. Forse un calcio in culo.

Va diversamente al Leo, anche se lo scopro solo dopo. Il suo istruttore decide (giustamente, visto che non avevano nessuna lingua comune in cui comunicare) di fargli fare l’esperienza della guida. Ne deduco che anche nelle repubbliche baltiche la società è ancora piuttosto machista. Ma non mi lamento.

Quando ormai quasi si cominciano a vedere i fiori (cit.) mi viene in mente che non ho la più pallida idea di come si atterrerà. Mi affretto, cercando però sempre di mantenere il mio usuale charme e self control, a chiedere delucidazioni. Mi viene detto semplicemente di alzare le gambe in orizzontale più che posso. Ok, addominali. Però, certo, atterrare a sedere non è molto elegante!!

Alla fine però è così rapido che credo nessuno sia stato a sindacare sul mio stile.

15Una volta a terra qualche saluto molto yeah yeah di troppo (questo volerti fare sentire un ganzo, quando per loro sei stato solo un sacco di patate, un po’ urta la mia sensibilità di donna intellettualmente onesta), ci togliamo l’imbracatura e via a cercare di smaltire un po’ di adrenalina con una birretta.

Ci fanno vedere alcuni spezzoni dei video girati. Io ovviemente son l’unica polla che lo compra. Non c’è che dire, il loro marketing è abbastanza basico, ma in ultima analisi efficace!

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Il resto del giorno ce lo passiamo, tornati all’ostello, in piscina a cercare di diluire nell’acqua un po’ di quella scarica di adrenalina che non se ne va più. Te la continui a sentire addosso. Io specialmente sulle braccia. Diciamocelo, oltre alla birretta son servite anche un paio di ottime capiriñe brasiliane.

Las Cataratas

Ho già fatto decantare fin troppo le esperienze vissute nel week end a cavallo fra febbraio e marzo. Credo sia giunta l’ora che le metta un po’ nero su bianco, prima che sfumino o che il ricordo cominci a trasfigurarsi.

Tutto si è consumato grazie alla visita del Leo che mi annunciato che mi sarebbe passato a trovare in Argentina prima di rientrare dal Brasile. Come trascorrere questa settimana? Prendiamo la fighissima (almeno tale è per i romantici, suggestionabili come me) decisione di vederci al confine fra i due paesi, presso le Cascate di Iguazù. Leo vola su Foz di Iguaçu, lato Brasiliano. Io volo su Puerto Iguazu, lato argentino. Io lo raggiungo in Brasile nel pomeriggio per dargli modo di spassarsela ben bene nella sua ultima notte brasiliana, senza l’ansia di dover prendere un aereo all’alba. Questa mia magnanimità ovviamente è solo una scusa. La realtà è che voglio passare la frontiera via terra da sola.

Ma non vi voglio annoiare con i dettagli logistici ed organizzativi, ne con le mie fissazione di viaggio. Vorrei raccontarvi della fantastica esperienza che è stata la visione delle cascate. Oserei dire quasi contro ogni mia previsione. Infatti, avessi dovuto scegliere una meta per un viaggio “nei dintorni di Buenos Aires”, sinceramente non avrei scelto le cascate perché sono una maledetta radical che vede sempre con estremo sospetto le mete più mainsteram. Ma il Leo ed il tempo disponibile me l’hanno -fortunatamente!- fatta scegliere.

20150301_104825La visita alle cascate richiede come minimo una mezza giornata per il lato brasiliano e poco di più per quello argentino. Entrambi i parchi sono estremamente curati ed offrono, al loro interno o nei pressi, la possibilità di fare molte altre attività collaterali: più o meno avventurose gite in gommone, percorsi naturalistici da fare a piedi o in jeep nella foresta, parchi tematici su flora e fauna locale o sul poblema della deforestazione (attenzione, viene venduto come un super mercato di artigianato, invece è più o meno uno showroon di mobili realizzati da tronchi giganti!), per non parlare di parchi acquatici e del museo delle cere, che proprio non si capisce che c’azzecca quest’ultimo, ma vabbe’!

Cominciamo la visita dal lato brasiliano, che offre una splendida visione d’insieme da mezza altezza della parte più imponente delle cascate formate dalla confluenza del Río Iguazú (in portoghese Rio Iguaçu) nel Rio Paraná. Inoltre si fa la prima conoscenza con i simpatici abitanti del parco, i più visibili almeno, i nasua, sorta di mega pantecane dalla faccetta simpatica, ma, pare, anche dai denti piuttosto affilati, col vizio di rubare le merende e piuttosto vogliosi di lasciare coi loro dentucci un bel souvenir ai turisti più invadenti e rompiballe!

20150301_114450Il percorso è un crescendo di imponenza e potenza dello spettacolo e termina con una splendida passerella all’altezza di un salto intermedio, dalla quale si comincia ad annusare la Garganta del Diablo. Per intenderci annusare significa che, pur mantenendosi ad una certa distanza dal salto, si esce dalla passerella zuppi come se ti avessero gettato vestito in una piscina.

Quello che più mi colpisce di questa prima visita è stata l’ampiezza del fronte delle cascate (e non erano neanche tutte!). Immaginate un fiume enorme che si getta quasi interamente di sotto. E la violenza con cui il Rio Paraná se diparte da lì. Una violenza tale che nel mezzo nel fiume pare esserci come un profondo, lungo solco, una spina dorsale incavata, dove l’acqua viene inghiottita.

20150301_120615Il nostro viaggio prevede fra questa visita e quella alla parte argentina un giorno e mezzo di attività diverse che spero di raccontare in un altro momento. Arrivati alla visita al fronte argentino non posso proprio immaginare che si sta per presentare ai miei occhi uno spettacolo ancor più sconvolgente di quello già visto in Brasile. Cominciamo la visita con il paseo basso e con la gita sul gommone. Avvertiti dell’imminente doccia mettiamo più o meno a riparo i nostri effetti personali negli appositi sacchi forniti dallo staff. Ma io sinceramente non immagino a che tipo di ammollo stiamo veramente andando incontro. Probabilmente la ragazza americana che in fila per l’imbarco saltella dichiarando ai quattro venti “I’m so excited to get wet!” è stata meglio informata. Così come la giapponese che nonostante il terrificante caldo umido si sta ossessivamente involtando in un impermeabile giallo come si involta nel cellophane un polletto prima di metterlo nel congelatore. In pratica questo gommone si dirige più e più volte a tutta velocità contro le cascate, per poi spegnere i motori e lasciare che la violenta corrente lo ributti indietro. La nube formata dagli spruzzi d’acqua impedisce completamente la vista ed io sinceramente non nutro proprio una fiducia cieca nei conducenti del mezzo, dai quali mi aspetterei che almeno l’uomo al timone indossi una maschera da snorkeling munita di tergicristalli. Però lo schianto non avviene. E neanche il ribaltamento violento. Ed anzi ci si diverte tantissimo. E rinfresca anche.

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Dopo il paseo basso con bagnetto annesso restano altri due percorsi, quello intermedio e quello alto che porta alla Garganta del Diablo. Grazie al cielo riesco a chiudere alcune questioni di lavoro pendenti, riporre il cellulare in zona protetta, rigorosamente waterproof, ed a godermi quello che resta da vedere. A nostro favore gioca anche il meteo. Dopo una mattinata di caldo torrido con sole cocente ed un’umidità impressionante veniamo letteralmente benedetti
20150303_121055 da un acquazzone tropicale davvero di tutto rispetto che, oltre a donare un fascino incredibile al paesaggio, aumentando la sensazione di essere calati in una natura
assolutamente selvaggia ed indomita, opera anche una rigorosa selezione all’ingresso! Pochissime persone a sfidare il meteo su passerelle di legno sospese sul fiume dove si scorgono rassicuranti piloni semidistrutti di vecchi ponti, affacciate sulla cima di violenti salti di cui a malapena si vede la fine per la nuvola di acqua che si sollevava per l’impatto. Una sequenza di cascate in un nuovo ampio fronte.

Zuppi come gallinelle d’acqua saliamo infine sul trenino che porta all’ultimo paseo, quello che conduce alla Garganta del Diablo. Scesi dal trenino la pioggia cessa ed il cielo si apre un po’. All’ultima ora di apertura del parco in quattro gatti su quella lunga passerella di legno sospesa sopra l’ampissimo e calmo fiume. Un’atmosfera magica. Una pace che è però il preludio dell’inferno. O almeno della visione più infernale ed allo stesso tempo incantevole e magnetica che abbia mai avuto in vita mia.

20150303_120647Al termine della passerella all’improvviso lei, la Garganta, Ti paralizza. Foto, video non possono in nessun modo rendere la violenza e la meraviglia di quello spettacolo. Una quantità d’acqua impressionante che dal pacifico fiume all’improvviso si riversa come in una immensa voragine, annunciata solo da un’aura bianca sopra il livello dell’acqua. Arrivando lì ti rendi conto di come dal basso l’acqua salga a creare una nube bianca che a tratti si fa ben più alta del livello del fiume sovrastante e che oscura completamente la vista di quello che c’è in basso. La gola del Diavolo appunto. Un orizzonte degli eventi quasi. Il mio pensiero fisso è che a nessun uomo sia dato poter vedere cosa c’è laggiù. Uno spazio completamente celato all’occhio umano. Passano così venti minuti di totale rapimento. Sarebbero potute essere due ore. L’occhio ipnotizzato non si sarebbe staccato da quella vista ne’ il cervello avrebbe percepito lo scorrere del tempo. Ma l’omino del parco ci richiama perché sta per ripartire l’ultimo treno. Occorre fare uno sforzo di volontà enorme per distaccarsi da quella visione ipnotica.

Poi fatti appena pochi metri ti ritrovi nuovamente a camminare su quelle acque apparentemente così quiete, che quasi ti viene da pensare che sia stata tutta un‘allucinazione.20150303_165034

Ringrazio infinitamente l’acquazzone tropicale che ci ha concesso di vivere questo spettacolo quasi in solitudine. Durante la visita alla parte brasiliana si intravedeva il paseo argentino da lontano, con la bandiera ben issata a dire tie’ ai brasiliani. Pensare di dover fare la fila per arrivare al bordo della passerella, magari con qualcuno che ti incalza dietro per lasciargli il posto mi pare una tortura bella e buona. Ma las Cataratas sono state molto generose con noi!

E posso dire che un luogo rinomatamente turistico mi ha letteralmente stregata. Che abbia cambiato idea sul genere di viaggio che mi piace di più?? Beh, direi ovviamente assolutamente no. Però per fortuna la vita ammette molte belle eccezioni alle proprie regole.

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